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Amleto e i cani

 “Ci sono più cose in cielo ed in terra che non nella tua filosofia, Orazio”..........

 “Ci sono più cose in cielo ed in terra che non nella tua filosofia, Orazio” dice Amleto  al suo amico in una delle prime pagine della tragedia di Shakespeare che porta il suo nome. Io trovo sia una delle frasi più poetiche che siano mai state scritte perché in essa è racchiuso il significato della scoperta e dell’interpretazione del reale: noi abbiamo bisogno di costruirci una filosofia per decifrare il mondo ma in realtà nel mondo stesso c’è molto di più. Torno ora dagli Stati Uniti, dove ho seguito un corso sui problemi comportamentali tenuto da uno dei più bravi educatori di quel paese: Ken Mc Cort. Ken ha moltissima esperienza e lavora con risultati brillanti sui problemi comportamentali più disparati. Quello che mi ha veramente sorpresa di questo corso è stato l’incipit: i cani si educano utilizzando gli antichi concetti di condizionamento classico ed operante. Conosco bene l’efficacia  di tali metodologie e l’utilità estrema soprattutto nell’insegnamento dei singoli esercizi: un tempo si usavano stimoli avversi, oggi, più “gentilmente” utilizziamo bocconcini o giochi, ed il cane impara più o meno rapidamente ad eseguire degli esercizi o delle sequenze di esercizi. Valutando però la varietà di cani e di famiglie che chiedono il mio intervento sia per problemi di semplice gestione sia per problemi di modificazione o recupero comportamentale, mi chiedo se in effetti non ci siano più “cose in cielo ed in terra”.  La visione così perfetta e meccanicistica del comportamentismo sembra in effetti assai stretta per chi, come me, come molti di noi, vive con uno o più cani e chi da loro si è lasciato affascinare. Mi capita di sovente di pensare a molte situazioni in cui il cane svolge diverse mansioni e ricopre ruoli molteplici: un cane può essere il nostro limite, il nostro slancio, può essere una delusione, una consolazione per gli afflitti, può colmare vite desolate come rappresentare un vincolo affettivo oltre il quale non si può andare. Ecco dunque a mio avviso che emerge una componente che sfugge alla ponderazione matematica ed all’analisi statistica ma che è a tutti noi molto evidente: il rapporto. Con questo termine intendo quel legame, certo non sempre positivo, che ci unisce ad un cane. Ecco allora un’infermiera di malati terminali con una bellissima cagnona che non vuole tornare al comando e che mi chiede di insegnarle questo esercizio perché in caso di pericolo, richiamandola in tempo, la può salvare. Oppure una bella signora il cui giovane cane non può o non vuole stare da solo; descrive il suo labrador come un soggetto angosciato dalla sua assenza che la chiama incessantemente e dopo qualche lezione, ormai entrate in confidenza, mi sussurra di un aborto spontaneo a causa del quale ha perso il tanto desiderato bambino. Dichiara che, forse, lei stessa non vuole staccare quel cordone ombelicale dal suo cane (per lasciarlo crescere), proprio perché poco prima quello stesso vincolo le era stato strappato con tanta ferocia da un’oscura natura. Ed il cane vittima di un rapporto violento, che si comporta con la stessa mimica della sua giovanissima padroncina, che alza su di lui le mani che il padre alza su di lei: e lei non riesce a comprendere come il suo cane, che in fondo ha tutto, voglia sempre scappare. Ci sono cani che esercitano un potere maschile in vece di uomini toppo assenti e che rimangono in gestione a giovani donne, di solito le sorelle del proprietario, che li temono e che non desiderano averci nulla a che fare. Ci sono cani, ho in mente una deliziosa pastorina, che sono sempre fuori controllo perché vivono in contesti di grande instabilità con proprietari che curano madri anziane troppo deboli per affrontare da sole il mondo. Cani aggressivi che scatenano la loro violenza contro i proprietari perché manca un corretto dialogo e all’opposto cani che sincronizzano il loro respiro con gli umani che condividono con loro il cammino. I nostri cani ci trovano simpatici, noiosi, feroci, insensibili, dolci, deboli, temerari, paurosi, complessi, irrispettosi, incapaci di goderci le vere gioie della vita, comprensivi, giocherelloni, pigri e deliziosi e tutto nell’arco di una manciata di minuti. A volte noi non ci accorgiamo di loro ma condividono con noi ogni attimo della vita studiandoci ed addestrandoci ad essere dei buoni proprietari: ci trascinano ai giardinetti ma sanno capire quando soffriamo e non abbiamo voglia di uscire. E chi di noi non ha affondato le mani nella soffice pelliccia del suo cane per scaldarsi il cuore quando la vita è fredda ? E quando la notte è troppo scura ci serve giusto un tartufo molto sensibile per ritrovare la via di casa.  Nutriamo per loro sentimenti a volte ambivalenti: vorremmo uscire a cena con gli amici ma ci sentiamo in colpa se lasciamo il nostro cane a casa da solo, ci vincola ma siamo pronti a grandi rinunce per lui. Poi ci sono gli umani che invece non rinunciano a nulla e che vedono nel possesso di un cane una possibilità di revanchismo totale della loro esistenza: sono quelli disposti a far addestrare il cane con ogni mezzo per raggiungere un brevetto o che devono dimostrare al paese che “LORO” possono gestire tranquillamente un cane, di solito di taglia grande, che, in realtà è un cane semplicemente non ben educato e non pericoloso. Fanno parte della mia ristretta famiglia Elsa, che anni fa mi ha indicato una nuova strada da percorrere quando le altre sembravano vicoli a fondo cieco, e Luna, che ha riportato la dolcezza in una vita, la mia, un po’ troppo cupa. Eppure, dopo aver visto tanti cani ed aver percorso la vita con molti di loro in ogni stagione e in ogni situazione, mi risulta difficile credere che in fondo non ci sia di più che un semplice condizionamento. Se non ci fosse nel cane un percorso di ricerca della giusta base di dialogo, di una nuova possibilità di vivere con noi, se non ci fosse il cosiddetto willing to please o se solo non desiderassero più dividere l’esistenza con noi, sarebbe possibile una modificazione comportamentale ? Gli esperti dibattono su quante parole può imparare o comprendere un cane; perché ? Leghiamo il significante ad un suono, lo trasformiamo dunque in una parola, associamo un movimento e rinforziamo. L’iter è chiaro ma allora dobbiamo desumere che il nostro cane ci capisce perché abbiamo rinforzato, volontariamente o no, i suoi atteggiamenti in risposta ad un contesto. E la tristezza oppure la gioia, come possono rientrare in questo schema, come riescono ad interpretarla in modo così chiaro e così immediato ? Mi risponderete che loro leggono i segnali che noi emettiamo e che valutano il nostro comportamento, anche gli uomini lo fanno e ce lo dimostrano molto chiaramente gli esperti di comunicazione. Se dico ad una persona “hai proprio ragione” ma nel contempo faccio un passo indietro, incrocio le braccia e mi volto leggermente probabilmente non sono così d’accordo con quello che ha appena asserito. Effettivamente, però, il grado ed il livello di comprensione di quello che succede che avrà il mio interlocutore varierà molto a seconda di chi è e di che tipo di rapporto ha con me. Mia madre saprà infatti cogliere delle sfumature che l’uomo incontrato in un negozio  non riuscirà nemmeno ad intuire. Non possiamo certo ignorare che il cane costruisce giorno per giorno un rapporto con quelli che condividono con lui la vita intessendo con loro un dialogo continuo, basato su un rapporto affettivo, magari a volte conflittuale, ma di certo intenso.  I cani inoltre elaborano ogni giorno soluzioni originali senza che nessuno gliele abbia insegnate. Pensiamo per esempio al loro desiderio di attivarci: a volte possono farlo andando a rubare un vestito a cui noi teniamo particolarmente; se poi gli viene impedito allora ci invogliano portandoci un gioco, oppure facendo finta di aver bisogno di uscire. Alla fine se proprio non funziona nulla allora di solito provano ad abbaiare. Non credete che dietro a tutto questo non ci sia un ragionamento più che logico ? E come fanno, durante le loro scorribande, ad individuare sempre la nostra felpa preferita oppure la sciarpa di seta di mamma ? I cani comprendono molto facilmente quando è domenica e non dobbiamo andare al lavoro…e dunque possiamo spendere più tempo al parco; individuano perfettamente che da una persona possono ottenere prelibati bocconcini mentre da un’altra non otterranno mai nulla da mangiare; e come fanno a trovare sempre il modo di andare a dormire, anche con i nostri divieti, nel posto più comodo possibile della nostra casa. E strutturano addirittura il significato di intere frasi anche se noi pensiamo non possano arrivare a conoscere più di qualche vocabolo: lungi dal pensare che studiano la nostra grammatica è evidente che la loro capacità deduttiva ed induttiva è veramente fenomenale. E quando iniziano ad addestrarci, per esempio, sedendosi senza comando per ottenere il bocconcino, di solito lo ottengono perché noi diamo una risposta immediata con coccole e premi al loro sedersi e guardarci.  Ci sembra allora il caso di spostare il centro dei nostri studi: non più solo esclusivamente sulle modalità di apprendimento e di condizionamento, ma sulla costruzione un vero e proprio cognitivismo animale che sappia abbracciare nelle sue teorie ed analisi anche quella parte che ora sfugge alla valutazione metodologica dell’educazione cinofila: le motivazioni affettive, le dinamiche relazionali che il cane intesse con il suo nucleo famigliare costituito da umani. Tale arricchimento, che ci sembra oramai necessario, soprattutto per andare a colmare quelle lacune che emergono ultimamente e che derivano dalle nuove funzioni familiari e sociali ricoperte dai cani, andrà naturalmente a creare una crisi delle teorie precedenti che volevano totalmente esclusi dal loro mondo per esempio il valore attribuito da un cane alle risorse, piuttosto che a dinamiche prettamente rientranti nel campo della psicologia, e forse perché no della psichiatria, umana. Forse questa nuova visione integrata del cane e del suo contesto porterà a spostare l’analisi di un problema educativo o di una rieducazione comportamentale dal cane in sé e per sé, centrando dunque l’attenzione esclusivamente sulle problematiche fisiologiche piuttosto che sugli scompensi di enzimi e proteine, quanto piuttosto sulle patologie della relazione fra umano e cane. Potrà sorgere il caso in cui, effettivamente si riscontreranno sia delle disfunzioni fisiologiche che delle problematiche strettamente di ordine gerarchico ma le cui cause andranno ricercate nella dinamica distorta della relazione: sappiamo infondo che chi divorzia è tra i soggetti maggiormente a rischio di ulcere gastriche. E come avviene in umana verranno dati dei rimedi anche farmacologici per portare un immediato sollievo ai sintomi ma poi andranno rimesse in ordine le cause prime dell’insorgere di tali situazioni problematiche per ottenere un’effettiva guarigione. Tale necessità si evidenzia soprattutto quando andiamo a intervenire in una modificazione comportamentale strutturata esclusivamente sui sintomi: si otterrà molto spesso una risoluzione della problematica più evidente ma con un effettivo spostamento dei sintomi stessi; e molto spesso essi si trasformano da esterni in interni. Il caso forse più eclatante che ci è capitato spesso di affrontare è quello dei cani che aggrediscono senza preavviso: in realtà all’inizio questi soggetto mostravano tutta la sequenza di ringhio, abbaio ed aggressione vera e propria ma sono stati puniti di volta in volta per aver mostrato tali avvertimenti, inibendo così la sequenza comportamentale corretta ed arrivando direttamente all’aggressione: si ottenuto dunque un vero e proprio spostamento dei sintomi senza aver in effetti risolto il problema alla base dell’aggressività, magari una paura. Diventa allora fondamentale capire al meglio le relazioni che il cane si trova a vivere, i nuovi ruoli affettivi e sociali che deve ricoprire in seno alla famiglia, ciò che gli viene chiesto, in apparenza ed in realtà, cercando di comprendere con una lucida serenità senza condannare e incolpare i proprietari che sfogano o sedano con il cane i lori cogenti problemi psicologici e di relazione.  La comprensione è alla base della necessaria, fondamentale, capacità di modificare i ruoli sociali e le pretese nei confronti del cane: non è esercitando un controllo strettissimo sul nostro cane ed impedendogli di muoversi che riusciremo a placare il nostro desiderio di controllo sul marito che ci tradisce. La tentazione della condanna di tali comportamenti, che inducono una reale sofferenza nel cane, e che ha influenzato anche me in passato, non porta a nulla: è vero il proprietario non sa trattare il cane ma neanche noi sappiamo riparare il tubo di scarico del lavello, è il nostro lavoro non il loro e la responsabilità della comprensione di ciò che viene comunicato ricade necessariamente su chi ha a disposizione maggiori strumenti. Nei nostri compiti, dunque, c’è anche quello di trovare le parole giuste e la forma corretta per arrivare ad ogni proprietario e con tutta la nostra arte maieutica aiutarlo a scoprire la reale problematica della relazione che è alla base dell’apparente problema del cane. Già, perché se ci allontaniamo un po’ da quella che è l’analisi esclusiva della problematica presente nel cane non possiamo non evidenziare che la sua causa molto spesso è da ricercarsi in una relazione con il proprietario non perfettamente coerente, non ottimale o che sfugge dalle reali possibilità del soggetto che stiamo analizzando. Lo sappiamo, molto spesso che il problema non è del cane, lo diciamo frequentemente e ce ne rendiamo conto perfettamente che se quel cane avesse avuto altri padroni o altre dinamiche sociali sarebbe stato diverso: a tale proposito mi piace pensare al caso di Battista un cagnone che era in canile e che aveva il terrore delle persone e dei rumori. Ha trovato una famiglia che possiede una villa con un grande terreno dove lui vive da solo per la maggior parte del tempo: le sue foto lo ritraggono solo in cima alla collina all’ombra di un bell’albero. Solo. La cosa colpisce duramente all’inizio ma se ripenso al cane e come l’ho conosciuto io, in preda alle convulsioni per la paura, che si rifiutava totalmente di uscire dal suo box se c’era anche una sola persona nelle vicinanze, allora mi dico che altrove sarebbe stato infelice. E quanto problemi avrebbe potuto dare ? Si potrebbe obiettare che  con un bel programma di desensibilizzazione e di controcondizionamento sarebbe stato il cane migliore anche in una città molto affollata. Davvero ? Io non credo, credo che il suo carattere così solitario con una ricerca costante dei posti più silenziosi in assoluto, faccia parte della sua personalità e che sia giusto rispettarlo per questo. Molto spesso i cani mostrano problemi comportamentali perché non riescono ad inserirsi in un contesto, a volte perché i proprietari hanno pretese inesaudibili o al limite inconciliabili. Se bastasse infatti un condizionamento alla fine potremmo inserire qualsiasi cane in qualsiasi contesto ma tutti noi sappiamo l’assurdità di questa pretesa. E quanto andrà a pesare in questa nuova lettura tutta la sfera affettiva che, nel cane, come nell’uomo, sembra così rilevante. Mi ricordo una battuta amara di Beppe Grillo che con il suo solito spirito acuto e salace, raccontava di quanto fosse infelice lui da bambino: gli altri bambini si sentivano minacciare dalle loro madri con frasi del tipo “Se non mangi la minestra TI uccido”, invece lui si sentiva apostrofare dall’amatissima madre con “Se non mangi la minestra MI uccido” e lui viveva nel terrore dei sensi di colpa e si alzava di notte ad ingoiare i dadi interi pur di non farla morire. La nostra vita è complessa e tale è anche quella dei nostri cani: non è corretto a mio avviso pensare di poter limitare la nostra analisi esclusivamente su un modello semplice di azione-reazione-rinforzo/punizione per poter effettuare una modificazione comportamentale profonda ed efficace. Fondamentale è infatti la tipologia e la qualità del rapporto che il cane intrattiene con noi, i suoi ragionamenti (a volte in realtà anche astratti e complessi), le deduzioni e le inferenze, i suoi desideri e le sue aspettative: quante volte mettiamo le scarpe ma non prendiamo il guinzaglio ed il cane rimane deluso ? Quante volte in realtà il cane ci fa comprendere in modo molto chiaro ciò che desidera da noi e cosa in realtà si aspetta.  Recentemente mi è capitato di raccontare ad una famosa educatrice che uno dei miei cani stava per mangiare un animale morto ed è stato richiamato con un semplice NO (detto assolutamente a bassa voce) e lei mi ha risposto che avevo rovinato il rapporto con il mio cane perché gli avevo imposto un divieto mentre avrei dovuto evitare addirittura che in lui si materializzasse il desiderio di mangiare l’animale morto. Questa affermazione mi ha molto colpita anche perché vivo con questo cane da otto anni e non passa giorno che non giochiamo, non facciamo nuove scoperte, non ci inventiamo un nuovo esercizio e perlustriamo un territorio diverso, e sinceramente, malgrado riconosco che sia frustrante per lui non poter mangiare una saporitissima carcassa (in più è un Labrador….) mi sembra realmente impossibile che lui non desideri avere più rapporti con me o piuttosto mi viva come una persona sgradevole solo perché gli ho impedito di realizzare un desiderio: la vita non è semplice per nessuno e tutti, anche i miei cani,  ci dobbiamo adeguare a fare delle rinunce, naturalmente parametrate alle capacità e chiaramente nel pieno rispetto della natura e del modo di essere di ognuno. I cani hanno un complesso sistema di valori che li aiuta a filtrare ed a valutare la realtà e naturalmente ad adeguare le risposte ed i comportamenti: sarebbe inutile nonché dannoso sprecare tempo ed energie per difendere tutte le risorse a disposizione; verranno infatti difese ed il cane si attiverà nella ricerca solo di quelle cose che per lui hanno effettivamente un valore preciso. Un cane pigro difficilmente scatterà in piedi per passare per primo dalla porta mentre potrebbe diventare particolarmente reattivo per difendere il cibo. Un cane che ama giocare potrebbe imporsi sugli altri per ottenere una pallina ma non reagire affatto di fronte ad un gatto. Tale sistema valoriale, che per noi umani ha tanto significato, sembra essere applicato anche agli eventi quotidiani e presuppone una vera e propria gestione delle emozioni connessa e filtrata anche dall’esperienza empirica. Questo implica dunque che il cane faccia un’attenta disamina della situazione in cui si trova, da ciò scaturisca una sua libera interpretazione sicuramente basata su degli input esperienziali e “culturali” e sui suoi valori, strutturi delle emozioni relative e decida di agire di conseguenza. Per input culturale intendo il fatto, non certo casuale, in cui il cane provi dei moduli comportamentali e tragga delle conseguenze importanti dalla sua esperienza: dunque il cane è assolutamente in grado di creare dei nuovi moduli comportamentali dall’aggregazione e dall’elaborazione spontanea di altri modelli di azione già attuati, di sperimentarli e dunque di validarli o meno. Tale processo potrebbe essere fatto risalire all’ apprendimento per prove ed errori; sicuramente c’è un meccanismo che a questo modello può essere ricondotto ma sembra esserci anche un altro tipo di valutazione: il cane infatti combina in modo creativo e spontaneo ciò che ha appreso tanto da produrre nuove risposte non direttamente apprese e contestualizzate, tali da recargli un vantaggio. E che non sia soltanto un processo semplice ed immediato quello che avviene nella mente del cane lo verifichiamo anche dalla variabilità e dalla numerosità dei vantaggi cercati ed ottenuti: lo sappiamo bene anche noi che a volte anche un reazione violenta e negativa da parte del proprietario per il cane è un vantaggio. Se il cane, allora, fosse puramente stimolo – risposta – punizione/rinforzo, dovrebbe necessariamente rifuggire ogni reazione avversa. Una ultima riprova di ciò che affermiamo la possiamo verificare molto spesso e direi quotidianamente nei canili: la modificazione comportamentale profonda e reale di un cane all’interno di un rifugio è difficilissima da ottenere non solo perché molto spesso la situazione porta a delle effettive problematiche di gestione del soggetto con cui stiamo lavorando, ma anche  perché il cane non intessendo un profondo rapporto sociale, emozionale ed affettivo con chi lo accudisce non trova in sé una motivazione abbastanza valida per modificare il suo stato di equilibrio più o meno apparente. E’ proprio per tale motivo che se da un lato è possibile una certa modificazione comportamentale tale da poter rendere il cane affidabile (nel senso di possibile da affidare ad un privato) il reale successo nella risoluzione delle problematiche comportamentali di un cane di canile le abbiamo ottenute grazie ai processi di TAP (i.e. Temporary Adoption Program) in cui la famiglia viene seguita nella scelta del cane adatto, nell’affiancamento in canile, nella primissima educazione del cane, nell’introduzione del cane nel contesto familiare e, successivamente, nel decorso dei primi mesi di vita stabile in famiglia. Solo in questo modo ci è poi stato possibile rendere perfetta la risoluzione dei problemi dei cani, che magari in rifugio erano poco manifesti oppure espressi in modo diverso dal reale (p.e. molto complesso stabilire in generale il rapporto con i bambini piuttosto che con alcuni rumori improvvisi o con le novità). Sembra dunque, che non si possa in realtà mai trascendere oppure ignorare il rapporto tra il cane e l’uomo e soprattutto con le persone con cui si correla in modo stabile e continuo: quel mondo che a noi era sembrato molto semplice in effetti non è tale.  E’ appunto per questo che dovremmo anche approfondire grazie ad un approccio cognitivista le  nostre conoscenze sulla mente del cane, sulla psicologia umana e sulla comunicazione interspecie: lavorare sulla relazione con il nucleo famigliare di riferimento sembra oggi più che mai necessario per intervenire in modo efficace su tutti quei cani, che, costantemente, con il loro comportamento disturbato, chiedono il nostro aiuto.

 

Dr. Cinzia Stefanini